giovedì 9 gennaio 2014

Anatomia del politicante

Da tempo ormai immemorabile i politicanti sono vittime di un assurdo pregiudizio. Risulta infatti radicata nell’opinione pubblica la bizzarra credenza secondo cui scopo e dovere del politicante sia tutelare l’interesse generale.
Bisogna obiettivamente riconoscere che i primi a propagare tra gli elettori un’idea tanto infondata e inumana sono i politicanti stessi. Ognuno di loro, sia durante le campagne elettorali che dopo, si mostra succube del pernicioso vizio di ripetere fino alla nausea che ha a cuore più di ogni altra cosa l’interesse generale. Ciò succede perché la propaganda menzognera è l’anima della politica, così come la pubblicità è l’anima del commercio.
Concetti quali ‘‘interesse generale’’, ‘‘bene comune’’, ‘‘volontà generale’’, ‘‘benessere collettivo’’ sono pure astrazioni, vuote formule prive in realtà di ogni plausibile e concreto contenuto. In società caratterizzate da una molteplicità di ambiti professionali, redditi e patrimoni diseguali, differenze culturali e disparità d’ogni altro genere, gli interessi non sono mai generali ma sempre e comunque particolari. Nelle democrazie rappresentative il corpo elettorale conferisce volta a volta, a ogni elezione, il potere di legiferare e di governare a questo o a quel partito, oppure a questa o a quella coalizione, esprimendo in tal modo non una inesistente volontà generale, bensì soltanto la volontà della maggioranza dei votanti, ciascuno dei quali spera evidentemente che la fazione e i candidati da lui preferiti salvaguardino, se eletti, i suoi interessi.
Né si può inoltre nascondere in nessuna maniera un altro fondamentale aspetto. I politicanti, benché molti di loro pensino il contrario, non sono unti del Signore. Sono individui in carne e ossa che si buttano in politica per ricavare soddisfazioni squisitamente personali, sia morali che materiali. Prestigio, smania di comandare, soldi, fama, desiderio di realizzare le proprie visioni costituiscono la complessa miscela di stimoli che li sprona. Non per questo dobbiamo considerali in blocco degli ingordi egoisti. Nel loro novero qualche altruista non manca. Più o meno tutti, infine, capiscono che se vogliono essere rieletti non possono ignorare l’esistenza degli elettori. Gli elettori, com’è noto, esistono eccome e, incredibile ma vero, hanno pure una testa. Ecco perché ogni politicante si vede suo malgrado costretto a coltivare il proprio orticello, dando almeno l’impressione, magari solo a chiacchiere, di prodigarsi per il suo collegio elettorale.

Nello svolgere le proprie funzioni legislative e di governo i politicanti sono esposti a una miriade di pressioni. Potentati economici e finanziari, lobby, alti burocratici pubblici, organismi corporativi d’ogni risma chiedono di continuo favori e, nove volte su dieci, li ottengono. Non per niente la politica viene definita dagli intenditori come l’arte del compromesso e il primo compromesso cui un politicante deve assoggettarsi è quello con la propria coscienza. Un pizzico di realismo gl’impone di non scontentare mai nessuno, perciò il politicante si piega ma non si spezza.
Dispensare vantaggi ai forti e a gruppi d’interesse ben organizzati, nonché a compari, parenti e amanti, crea una discrepanza tra gli intenti dichiarati e l’effettiva opera svolta. Insomma, il politicante finisce con il predicare bene e razzolare male. Finché gli elettori non se ne accorgono, o non danno alle losche faccende troppo peso, passi. Ma contare in eterno sulla cecità e sordità del popolo bue si rivela presto o tardi una scommessa perdente.
Oltre tutto, con la morte delle ideologie, ossia con la fine di quelle tragiche illusioni che hanno insanguinato il XX secolo, l’elettore sì è smaliziato e al garrire delle bandiere reagisce ormai con un’alzata di spalle. La richiesta che i cittadini rivolgono oggi alla politica è buona amministrazione, nient’altro che buona amministrazione. Il che vuol dire erogazione di pubblici servizi e protezione sociale a costi accettabili. Di creare la società nuova, l’uomo nuovo o il reich millenario è passata la voglia a tutti.
C’è da chiedersi se i politicanti saranno in grado di affrontare con un minimo di buonsenso elettori sempre meno disposti a farsi prendere in giro. Una risposta affermativa è tutt’altro che scontata. I politicanti hanno sia il potere di manovrare a piacimento i rubinetti della spesa pubblica sia quello d’imporre tributi. Hanno cioè il coltello dalla parte del manico. Non è pertanto per nulla sicuro che smettano di dilapidare risorse in sprechi immondi, incluse munifiche regalie a se stessi e ai propri accoliti, e di scuoiare la cittadinanza con un’eccessiva pressione fiscale.
Qualcuno suggerisce, per impedir loro di combinare troppi guai, di porre un vincolo costituzionale all’ammontare d’imposte esigibili. Meno soldi mettiamo in mano ai politicanti e meno ne sprecheranno, questa la logica insita nel suggerimento. Vi è però da tenere in considerazioni un dettaglio non del tutto secondario. Le leggi costituzionali le scrivono e le approvano i politicanti. Ne approveranno mai una contro i propri interessi?
Difficile crederlo. Molto difficile.
Però, se insistiamo, chissà.



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