giovedì 5 aprile 2018

Il dilemma del Partito Democratico


Esserci o non esserci (al governo con i Cinque Stelle), questo è il problema.
Dal quattro marzo tale dubbio amletico tormenta il Partito Democratico.
L'ex segretario Matteo Renzi, cui va riconosciuto il non invidiabile merito di aver condotto i suoi alla sconfitta, e il neo-iscritto Carlo Calenda rispondono no. Altri esponenti, come Dario Franceschini, Andrea Orlando, Michele Emiliano e Walter Veltroni dicono sì.
In altre parole, il partito è diviso.
Una chiassosa pletora di intellettuali e giornalisti di parrocchia, quali Gianfranco Pasquino, Massimo Cacciari, Eugenio Scalfari, Marco Travaglio, Peter Gomez e Antonio Padellaro, intravedendo un'affinità elettiva tra Partito Democratico e Movimento Cinque Stelle, giacché molti ex elettori del primo il quattro marzo hanno votato il secondo, si battono per salire sul carro dei vincitori o, almeno, per fornire l'indispensabile stampella a un governo Cinque Stelle.
Ma il Partito Democratico è diviso. Ossia, molti dei suoi parlamentari appartengono alla corrente dell'ex segretario Matteo Renzi e sono ancora pronti a obbedire agli ordini da lui impartiti. E finché una tale condizione perdura il Partito Democratico non è in grado di proporsi ai Cinque Stelle come valido alleato di governo.
Diciamo la verità, la sconfitta ha un gusto davvero amaro.

mercoledì 28 marzo 2018

Le proposte economiche dei vincitori


Movimento Cinque Stelle e Lega hanno vinto le elezioni politiche del 4 marzo 2018 e non è improbabile che tocchi a loro formare il nuovo governo.
Se così fosse, quali concrete possibilità avranno di realizzare i loro programmi?
I Cinque Stelle, come sappiamo, hanno promesso di elargire il cosiddetto reddito di cittadinanza, in pratica un sussidio di settecentottanta euro da versare mensilmente ai disoccupati. I senza lavoro iscritti alle liste sono oggi in Italia circa due milioni e novecentomila. Per accontentare tutti sarebbero quindi necessari ventisette miliardi l'anno. Questo totale com'è ovvio cala se si tiene anche conto della condizione patrimoniale e redditutale dei disoccupati, che, qualora superi determinati livelli, ridurrebbe l'importo del beneficio da riscuotere. Comunque, una tale misura di politica economica avrebbe un impatto significativo sui consumi e, di riflesso, sugli investimenti. L'occupazione salirebbe.
La Lega vorrebbe invece introdurre un'aliquota lineare sull'imposta dei redditi, pari al quindici per cento. Il mancato introito tributario sarebbe per lo stato superiore a cinquanta miliardi, ma l'effetto sui consumi, sugli investimenti e sull'occupazione sarebbe davvero importante. Un autentico colpo d'ariete capace di invertire il ciclo economico. Non va infatti dimenticato che le imposte eccessivamente progressive inibiscono l'incentivo a investire, provocando effetti sociali opposti a quelli attesi.
Insomma, sia i Cinque Stelle sia la Lega propongono misure necessarie per contrastare la stagnazione nella quale languiamo. Se venissero attuate saremmo però immediatamente aggrediti dalla reazione isterica della commissione europea, istigata da Berlino, che ci rinfaccerebbe di gonfiare il debito pubblico e sforare il mitico baluardo del tre per cento nel rapporto deficit/pil. Ciò perché tagli e trasferimenti di spesa non saranno mai sufficienti a finanziare per intero i provvedimenti annunciati in campagna elettorale.
E allora?
Be', la risposta è semplice. Senza ricorrere a una moneta parallela (biglietti del tesoro, certificati di credito fiscale, minibot) né i Cinque Stelle né la Lega potrebbero mantenere quanto promesso. Se andranno al governo dovranno dunque vedersela con i padroni d'Europa, cioè i tedeschi.
Non sappiamo chi alzerà bandiera bianca. Ma se non saremo noi, vedremo i fuochi d'artificio.

giovedì 22 marzo 2018

Renzi sogna a occhi aperti


L'ex sindaco di Firenze, nonché ex presidente del consiglio dei ministri, nonché ex segretario del Partito Democratico, nonché aspirante grande statista in aspettativa, senatore Matteo Renzi, ama sognare a occhi aperti.
La batosta elettorale da lui incassata il 4 marzo 2018 gli ha fatto completamente perdere il senso della realtà. Vagheggia un futuro governo composto da Movimento Cinque Stelle e Lega che andrà secondo lui a schiantarsi quanto prima nel più tetro degli abissi e dalle cui ceneri risorgerà il Partito Democratico.
Ora, ammesso e non concesso che un tale governo nasca, evento al momento niente affatto scontato, chi e cosa assicura che avrà con assoluta certezza un nero futuro fallimentare? Certo, potrebbe accadere, ma se Cinque Stelle e Lega introdurranno una moneta complementare, come pare sia nelle loro intenzioni, realizzerebbero con successo i loro programmi.
Lo sconcerto di Macron e Merkel per l'esito del voto italiano già prefigura una simile possibilità, temuta dai tedeschi peggio della peste. In tal caso, infatti, per le politiche economiche procicliche imposte agli altri paesi dalla Germania, per sé tanto vantaggiose e per noi dannosissime, suonerebbe la campana a morto. E questo Frau Merkel non lo vuole.
Renzi perciò fa male a giocare il destino suo e del suo partito su un fallimento solo ipotetico, e dunque niente affatto sicuro, di un eventuale governo bicolore sorretto da Cinque Stelle e Lega. Per il PD sarebbe invece più prudente appoggiare i Cinque Stelle dall'esterno, evitando così che costoro si alleino con la Lega. In tal modo, qualora i Cinque Stelle governassero male, il PD scaricherebbe su di loro tutta la responsabilità, limitando i danni, mentre se al contrario il governo funzionasse a dovere e rilanciasse l'economia, ne condividerebbe i successi.
Ma Renzi, lo sappiamo, preferisce sognare a occhi aperti.

lunedì 19 marzo 2018

Cosa hanno chiesto gli elettori


Il 4 marzo 2018 gli elettori italiani si sono espressi in modo chiaro. Hanno premiato le forze sovraniste (Movimento Cinque Stelle, Lega, Fratelli d'Italia) e punito i partiti europeisti (Partito Democratico, Forza Italia, Liberi e Uguali).
Ciò non significa necessariamente che i sovranisti riusciranno a formare un governo. Né va esclusa l'eventualità che si torni in tempi più o meno stretti di nuovo al voto. Le incertezze sono dovute sia all'attuale legge elettorale proporzionale che alle forti divisioni esistenti tra i sovranisti.
In altre parole, non è detto che gli eletti riusciranno a soddisfare le richieste espresse dalla maggioranza degli elettori. Non nell'immediato, almeno.
La parabola degli europeisti è infatti discendente mentre quella dei sovranisti è in ascesa. Presto o tardi, magari dopo una nuova tornata elettorale, avremo perciò in Italia un governo a guida sovranista.
Dobbiamo rallegrarcene?
Sì, perché quel che i votanti esigono è tanto necessario quanto razionale. Desiderano semplicemente che le politiche economiche procicliche imposteci dall'Unione europea a trazione tedesca vengono sostituite da politiche di bilancio anticicliche che sostengano i consumi e gli investimenti, riducendo così la disoccupazione. Ed è appunto quello che i sovranisti, nei loro programmi elettorali, hanno promesso di realizzare.
Gli scettici ritengono che robuste misure anticicliche non siano attuabili. I mercati, o per meglio dire le banche francesi e tedesche, nonché la commissione europea riusciranno a impedircelo.
Tali critiche sarebbero fondate se mancasse lo strumento tecnico che consentirà di aggirare gli ostacoli.
Quale?
La moneta complementare.
Le proposte in campo (biglietti di stato, certificati di credito fiscale, minibot) non mancano e i sovranisti ne sono ben consapevoli. Grazie alla moneta complementare sarà possibile sganciarsi dall'euro senza formalmente uscirne attraverso una conversione, che avrebbe invece effetti letali.
Non resta dunque che avere un po' di pazienza e attendere il maturare degli eventi. Le catene che ci inchiodano alla crisi economica stanno forse per spezzarsi.

giovedì 31 agosto 2017

Articolo uno, primo comma

Il primo comma della nostra carta costituzionale, assurto ormai a vero e proprio totem, recita: ‘‘L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro’’.
Esprime, almeno così sostengono i ben informati, il cosiddetto principio lavorista. Un principio di cui c’è poco d’anadar fieri.
Per due ragioni.
In democrazia l’elemento decisivo è rappresentato dalle potestà politiche dei cittadini. La democrazia è formata da cittadini-elettori, i quali scelgono con il voto chi, per un periodo determinato, debba governarli, essendo la democrazia né più né meno che un sistema nel quale il potere di governo si conquista attraverso la competizione elettorale. Il principio lavorista riduce invece il cittadino a semplice produttore, a cittadino-lavoratore. Questa è la prima ragione.
La seconda è addirittura peggiore.
Il principio lavorista fu uno dei cinque vessilli dottrinali del regime fascista (gli altri quattro furono: il principio totalitario, il principio della superiorità etica dello stato, il principio corporativo e il nazionalismo bellicista).
Nel primo convegno sindacale di Bologna, tenutosi nel gennaio del 1922, i sindacalisti fascisti fissarono cinque punti programmatici, il primo dei quali ratificava appunto il principio lavorista, descritto nei seguenti chiarissimi termini:
Il lavoro costituisce il sovrano titolo che legittima la piena ed utile cittadinanza dell’uomo nel consesso sociale”.
Quel convegno, inoltre, nominò segretario generale della Confederazione nazionale delle corporazioni sindacali Edmondo Rossoni, un sindacalista rivoluzionario che aveva aderito al fascismo, il quale sosteneva la necessità di superare il principio proletario e attuare il principio lavorista, perciò i proletari dovevano essere definiti lavoratori e i padroni dirigenti.
Il principio lavorista, sia detto per inciso, era perfettamente funzionale al principio corporativo, in base al quale le organizzazioni di categoria, sia quelle dei prestatori d’opera come anche quelle dei datori di lavoro, diventavano componenti strutturali dello stato.
Per amor di verità dobbiamo riconoscere che i fascisti diedero concreta attuazione al principio lavorista.
Con la legge 3 aprile 1926 sancirono l’efficacia erga omnes dei contratti collettivi di lavoro (norma supinamente recepita dal quarto comma dell’articolo trentanove della costituzione repubblicana entrata in vigore il primo gennaio 1948).
Con la carta del lavoro approvata il 21 aprile 1927 dal gran consiglio del fascismo sancirono tra l’altro le ferie retribuite, l’indennità di fine rapporto e, per la risoluzione delle controversie, riservarono la competenza alla magistratura del lavoro.
Con regio decreto 23 marzo 1933 diedero vita all’Istituto nazionale fascista per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (oggi Inail).
Con regio decreto 27 marzo 1933 diedero vita all’Istituto nazionale fascista della previdenza sociale (oggi Inps).


La morale della favola è chiara: il fascismo ha lasciato un solco profondo nella cultura politica e sociale del nostro paese, benché gran parte di noi ne sia inconsapevole. Tanto profondo da permeare la nostra legge fondamentale. Per chi come me condivide gli ideali liberali non resta che provare un amaro sconcerto.

giovedì 19 gennaio 2017

"Hanno ammazzato il Guercio", noir di Patrizia Morlacchi

Patrizia Morlacchi, l’autrice di ‘‘La tela di Santa’Agata’’, un avvincente giallo dalle garbate tonalità pastello, ci sorprende ora con un noir dai densi risvolti sociali e il pensiero, impossibile negarlo, corre subito a Leonardo Sciascia.
Il nuovo libro s’intitola ‘‘Hanno ammazzato il Guercio’’, incluso nella prestigiosa collana ‘‘Italia Noir’’ del gruppo editoriale ‘‘La Repubblica-L’Espresso’’, sarà in edicola dal 23 gennaio. Per saperne di più ascolteremo adesso la viva voce della scrittrice.


Allora, Patrizia, può dirci qualcosa del suo ultimo romanzo?

In “Hanno ammazzato il Guercio” compare di nuovo il Commissario del mio precedente romanzo e cioè Eraldo Sparvieri che, per una non meglio precisata incompatibilità ambientale, costretto a chiedere il trasferimento dalla località in Salento dove prestava servizio ad altro luogo, si ritrova in Molise, in una cittadina immaginaria che si chiama Corniola.
Sparvieri è molisano d’origine. I suoi genitori erano molisani e lui stesso è nato in Molise, ma si è trasferito a Roma da bambino. I suoi ritorni in regione erano così legati alle lunghe vacanze scolastiche dei mesi estivi quando tornava nel paesino d’origine a stare con i nonni. La sua visione di questa terra è stata, in conseguenza, fortemente influenzata da queste circostanze. Per lui il Molise è un mondo semplice, bonario, familiare e affettuoso.
Appena arrivato nella sede di Corniola, però, accade il fattaccio: il Commissario si imbatte nel cadavere di un “incaprettato”, una modalità di omicidio legata ad un mondo mafioso del tutto estraneo alla terra in cui avviene. Come mai?
La vicenda si dipana via via alla ricerca di una giustificazione per il tipo di esecuzione criminale, all’individuazione del movente e dell’assassino attraverso un’inchiesta che porta alla luce uno scandalo politico.
A causa di questo imprevisto sviluppo, Sparvieri si trova costretto a indagare nei rapporti sociali di Corniola e a ricomporre il “suo” Molise, una visione per certi versi deformata dall’infanzia, con la realtà dell’oggi che, nel trascorrere degli anni, ha modificato economicamente e sociologicamente questa terra.
Accanto a Spavieri sua moglie Vera, milanese che, nonostante il matrimonio, continua a vivere e a lavorare nella sua Milano in modo tale che la loro vita a due si frammenta in lunghe e frequenti pause senza, tuttavia, incrinare un rapporto ricco e intenso.


E adesso, se non siamo indiscreti, ce le sussurra due parole su di sé?

La fatica di Sparvieri, nel riadeguare l’immagine dei suoi ricordi giovanili con la realtà, si sovrappone, per certi versi, al processo conoscitivo che ho dovuto io stessa compiere quando sono venuta a vivere in questa Regione.
Io, infatti, sono lombarda – lombarda DOC - e sono venuta a vivere in Molise dopo essermi sposata con un molisano conosciuto in India, ormai più di trent’anni fa.
Non avevo conoscenza di questa terra prima di trasferirmi qui e nemmeno, in generale, avevo conoscenza del meridione d’Italia, se non per sporadiche gite turistiche di pochi giorni.
All’inizio di questa mia nuova e intensa esperienza di vita, ho colto soprattutto proprio gli aspetti più positivi di questo Sud e cioè la sua ospitalità generosa, la sua bonomia, la cortesia, la disponibilità umana e la tolleranza.
Doti di grande rilievo morale ed espresse in modo così spiccato che, messe a confronto con la freddezza nordica, la poca indulgenza verso il prossimo e lo spiccato senso del “resoconto” per quasi ogni relazione umana, in una visione quasi “ragionieristica” dell’esistenza (cosa me ne viene/cosa mi costa), mi facevano sentire in difficoltà con la mia “lombarditudine”, una parola che mi sono inventata per coniugare il senso lombardo della vita e insieme il senso di solitudine che la distingue, almeno di quella Lombardia che io ho lasciato oltre trent’anni fa e che è anch’essa distante e diversa dall’oggi.
E’ stato con lo scorrere del tempo che mi sono resa conto che, accanto alle sue indubitabili virtù, il Molise coltiva anche un’abitudine all’accettazione del destino che gli si impone, una scarsa raffigurazione del proprio futuro, una indolenza neghittosa a reagire che può essere considerata, nell’immobilismo che ne deriva, anche una sorta di complicato cinismo, di non facile decifrazione soprattutto dal punto di vista di certe virtù lombarde come sono un pragmatico razionalismo, l’inclinazione per la verità soppesata, un pessimismo operoso, una certa insofferenza per l’approssimazione e l’irresponsabilità.
Da qui, attraverso Sparvieri, cerco di comprendere e capire un mondo solo in apparenza semplice scrivendo una storia da cui – spero – possa trasparire l’amore che ho per il Molise che è, forse, la vera ragione d’essere del romanzo stesso.



Grazie, Patrizia Morlacchi. I lettori del suo ultimo romanzo sapranno di sicuro apprezzare la sua sensibilità, come donna, e l’abilità tecnica come scrittrice.

mercoledì 26 ottobre 2016

Il declino americano, dopo l'apoteosi

Il nove novembre 1989 crollò il muro di Berlino.
Tredici anni prima, il nove settembre 1976, era spirato Mao Zedong, notissimo dittatore cinese.
Questi due eventi, insieme, hanno causato la morte delle dottrine economiche marxiste e, allo stesso tempo, il sorgere di un equivoco.
Lo sfacelo dell’impero sovietico e la conseguente fine della guerra fredda spinse infatti a credere che al sistema bipolare, caratterizzato dalla pluridecennale contrapposizione dei principali antagonisti, cioè Urss e Usa, ne sarebbe subentrato un altro dove un’unica superpotenza, gli Usa, avrebbe svolto il ruolo di gendarme del mondo.
Tale previsione politico-strategica, così come dimostrato dalle recenti crisi ucraina e siriana, si è rivelata del tutto infondata.
Le ragioni?
Economiche, in prevalenza, e non è male gettarci uno sguardo.

A partire dal 1976, defunto Mao e liquidata in un lampo la banda dei quattro, costituita da ferventi seguaci delle perniciose bizzarrie maoiste, la Cina, sotto la guida di Deng Xiaoping, straordinario e pragmatico riformatore per il quale il colore dei gatti non aveva alcuna importanza – bianchi o neri, l’importante era che acchiappassero i topi – intraprese un luminoso percorso di vigorosa e velocissima crescita economica, fino a diventare quello che è ora. Ossia, la seconda potenza economica del globo.
Ma che cosa, in pratica, Deng Xiaoping fece?
Nulla di straordinario. Buttando alle ortiche le dottrine economiche marxiste, disincagliò il suo paese dalle secche dell’economia pianificata e v’introdusse prassi e istituzioni dell’economia di mercato, inclusa la volgarissima e diabolica proprietà privata. Scusate se è poco.
Tutto ciò, né più né meno, si sarebbe ripetuto anche in Russia una volta crollato il muro di Berlino, sebbene a un ritmo più lento.

E’ difficile immaginare che Deng abbia mai letto gli scritti di Ludwig von Mises e di Friedrich von Hayek, due economisti liberali esponenti di prima grandezza della scuola austriaca. Con ogni probabilità si è limitato a seguire il proprio buonsenso e l’esperienza personale. Va comunque ricordato, tanto per dare a Cesare quel che è di Cesare, che furono Mises e Hayek a spiegare i motivi per cui un’economia pianificata, allorché tutti i mezzi di produzione sono detenuti nelle mani dello stato, non potrà mai produrre più ricchezza di un’economia di mercato.
Saremmo tutti istintivamente propensi a ritenere che l’economia pianificata sta all’economia di mercato come la razionalità sta al caos. Ma in realtà è il contrario. Per quanto i pianificatori possano essere abili e competenti, non disporranno mai delle specifiche conoscenze, né delle intelligenze e dei talenti in possesso a una miriade di operatori l’un l’altro concorrenti, ognuno dei quali decide e agisce autonomamente, tenendo però d’occhio l’andamento dei prezzi e adattandosi di continuo alle mutevoli condizioni per non soccombere.
L’operare in regime di concorrenza ha come effetto generale tanto una più intensa crescita della produttività quanto il moltiplicarsi delle innovazioni, a una cadenza impensabile in un regime pianificato, dove il movente del profitto non trova spazio.
In conclusione, i gatti di mercato acchiappano più topi e producono più ricchezza dei gatti colletivisti.

Il passaggio via via avvenuto dei paesi ex satelliti dell’Urss alla Nato ha rappresentato la prova tangibile dell’apoteosi americana. Ma nel frattempo anche l’economia russa si risollevava dalla stagnazione. Ed è cresciuta al punto che i russi hanno ripreso a pronunciare la parola ‘‘niet’’ senza più timidezza. Anzi, hanno saputo affrontare le crisi ucraina e siriana con una disinvoltura che ha lasciato a bocca aperta gli allocchi d’occidente.
Né appare fruttuoso l’aver imposto le sanzioni alla Russia dopo che, con un referendum plebiscitario, la Crimea si era riunita alla madrepatria. In primo luogo, le sanzioni danneggiano le imprese dell’Europa occidentale. In secondo luogo, caduta la cortina di ferro, nella coscienza di ogni europeo si è radicata la consapevolezza che il vecchio continente inizia a Lisbona e finisce a Vladivostok.
In altre parole, nessun europeo occidentale vuol morire per Kiev, o per Damasco. E se è pur vero, come c’insegna la storia, maestra di morte, non di vita, come erroneamente si ripete, che la follia dei politici al potere è illimitata, la prona sudditanza finora mostrata dai governanti dell’Unione europea alle richieste statunitensi si scontrerà presto o tardi contro la volontà dei loro elettori.

Il sogno americano di diventare il gendarme del mondo si è dunque infranto al cospetto di una Russia e di una Cina che hanno preferito perseguire la ricerca della prosperità anziché la magra povertà garantita dalle dottrine economiche marxiste. Pertanto gli Usa non potranno più primeggiare da soli, ma dovranno cooperare con le altre potenze. Altrimenti, verrà il peggio.