giovedì 31 agosto 2017

Articolo uno, primo comma

Il primo comma della nostra carta costituzionale, assurto ormai a vero e proprio totem, recita: ‘‘L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro’’.
Esprime, almeno così sostengono i ben informati, il cosiddetto principio lavorista. Un principio di cui c’è poco d’anadar fieri.
Per due ragioni.
In democrazia l’elemento decisivo è rappresentato dalle potestà politiche dei cittadini. La democrazia è formata da cittadini-elettori, i quali scelgono con il voto chi, per un periodo determinato, debba governarli, essendo la democrazia né più né meno che un sistema nel quale il potere di governo si conquista attraverso la competizione elettorale. Il principio lavorista riduce invece il cittadino a semplice produttore, a cittadino-lavoratore. Questa è la prima ragione.
La seconda è addirittura peggiore.
Il principio lavorista fu uno dei cinque vessilli dottrinali del regime fascista (gli altri quattro furono: il principio totalitario, il principio della superiorità etica dello stato, il principio corporativo e il nazionalismo bellicista).
Nel primo convegno sindacale di Bologna, tenutosi nel gennaio del 1922, i sindacalisti fascisti fissarono cinque punti programmatici, il primo dei quali ratificava appunto il principio lavorista, descritto nei seguenti chiarissimi termini:
Il lavoro costituisce il sovrano titolo che legittima la piena ed utile cittadinanza dell’uomo nel consesso sociale”.
Quel convegno, inoltre, nominò segretario generale della Confederazione nazionale delle corporazioni sindacali Edmondo Rossoni, un sindacalista rivoluzionario che aveva aderito al fascismo, il quale sosteneva la necessità di superare il principio proletario e attuare il principio lavorista, perciò i proletari dovevano essere definiti lavoratori e i padroni dirigenti.
Il principio lavorista, sia detto per inciso, era perfettamente funzionale al principio corporativo, in base al quale le organizzazioni di categoria, sia quelle dei prestatori d’opera come anche quelle dei datori di lavoro, diventavano componenti strutturali dello stato.
Per amor di verità dobbiamo riconoscere che i fascisti diedero concreta attuazione al principio lavorista.
Con la legge 3 aprile 1926 sancirono l’efficacia erga omnes dei contratti collettivi di lavoro (norma supinamente recepita dal quarto comma dell’articolo trentanove della costituzione repubblicana entrata in vigore il primo gennaio 1948).
Con la carta del lavoro approvata il 21 aprile 1927 dal gran consiglio del fascismo sancirono tra l’altro le ferie retribuite, l’indennità di fine rapporto e, per la risoluzione delle controversie, riservarono la competenza alla magistratura del lavoro.
Con regio decreto 23 marzo 1933 diedero vita all’Istituto nazionale fascista per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (oggi Inail).
Con regio decreto 27 marzo 1933 diedero vita all’Istituto nazionale fascista della previdenza sociale (oggi Inps).


La morale della favola è chiara: il fascismo ha lasciato un solco profondo nella cultura politica e sociale del nostro paese, benché gran parte di noi ne sia inconsapevole. Tanto profondo da permeare la nostra legge fondamentale. Per chi come me condivide gli ideali liberali non resta che vergognarsi d’essere italiano.

giovedì 19 gennaio 2017

"Hanno ammazzato il Guercio", noir di Patrizia Morlacchi

Patrizia Morlacchi, l’autrice di ‘‘La tela di Santa’Agata’’, un avvincente giallo dalle garbate tonalità pastello, ci sorprende ora con un noir dai densi risvolti sociali e il pensiero, impossibile negarlo, corre subito a Leonardo Sciascia.
Il nuovo libro s’intitola ‘‘Hanno ammazzato il Guercio’’, incluso nella prestigiosa collana ‘‘Italia Noir’’ del gruppo editoriale ‘‘La Repubblica-L’Espresso’’, sarà in edicola dal 23 gennaio. Per saperne di più ascolteremo adesso la viva voce della scrittrice.


Allora, Patrizia, può dirci qualcosa del suo ultimo romanzo?

In “Hanno ammazzato il Guercio” compare di nuovo il Commissario del mio precedente romanzo e cioè Eraldo Sparvieri che, per una non meglio precisata incompatibilità ambientale, costretto a chiedere il trasferimento dalla località in Salento dove prestava servizio ad altro luogo, si ritrova in Molise, in una cittadina immaginaria che si chiama Corniola.
Sparvieri è molisano d’origine. I suoi genitori erano molisani e lui stesso è nato in Molise, ma si è trasferito a Roma da bambino. I suoi ritorni in regione erano così legati alle lunghe vacanze scolastiche dei mesi estivi quando tornava nel paesino d’origine a stare con i nonni. La sua visione di questa terra è stata, in conseguenza, fortemente influenzata da queste circostanze. Per lui il Molise è un mondo semplice, bonario, familiare e affettuoso.
Appena arrivato nella sede di Corniola, però, accade il fattaccio: il Commissario si imbatte nel cadavere di un “incaprettato”, una modalità di omicidio legata ad un mondo mafioso del tutto estraneo alla terra in cui avviene. Come mai?
La vicenda si dipana via via alla ricerca di una giustificazione per il tipo di esecuzione criminale, all’individuazione del movente e dell’assassino attraverso un’inchiesta che porta alla luce uno scandalo politico.
A causa di questo imprevisto sviluppo, Sparvieri si trova costretto a indagare nei rapporti sociali di Corniola e a ricomporre il “suo” Molise, una visione per certi versi deformata dall’infanzia, con la realtà dell’oggi che, nel trascorrere degli anni, ha modificato economicamente e sociologicamente questa terra.
Accanto a Spavieri sua moglie Vera, milanese che, nonostante il matrimonio, continua a vivere e a lavorare nella sua Milano in modo tale che la loro vita a due si frammenta in lunghe e frequenti pause senza, tuttavia, incrinare un rapporto ricco e intenso.


E adesso, se non siamo indiscreti, ce le sussurra due parole su di sé?

La fatica di Sparvieri, nel riadeguare l’immagine dei suoi ricordi giovanili con la realtà, si sovrappone, per certi versi, al processo conoscitivo che ho dovuto io stessa compiere quando sono venuta a vivere in questa Regione.
Io, infatti, sono lombarda – lombarda DOC - e sono venuta a vivere in Molise dopo essermi sposata con un molisano conosciuto in India, ormai più di trent’anni fa.
Non avevo conoscenza di questa terra prima di trasferirmi qui e nemmeno, in generale, avevo conoscenza del meridione d’Italia, se non per sporadiche gite turistiche di pochi giorni.
All’inizio di questa mia nuova e intensa esperienza di vita, ho colto soprattutto proprio gli aspetti più positivi di questo Sud e cioè la sua ospitalità generosa, la sua bonomia, la cortesia, la disponibilità umana e la tolleranza.
Doti di grande rilievo morale ed espresse in modo così spiccato che, messe a confronto con la freddezza nordica, la poca indulgenza verso il prossimo e lo spiccato senso del “resoconto” per quasi ogni relazione umana, in una visione quasi “ragionieristica” dell’esistenza (cosa me ne viene/cosa mi costa), mi facevano sentire in difficoltà con la mia “lombarditudine”, una parola che mi sono inventata per coniugare il senso lombardo della vita e insieme il senso di solitudine che la distingue, almeno di quella Lombardia che io ho lasciato oltre trent’anni fa e che è anch’essa distante e diversa dall’oggi.
E’ stato con lo scorrere del tempo che mi sono resa conto che, accanto alle sue indubitabili virtù, il Molise coltiva anche un’abitudine all’accettazione del destino che gli si impone, una scarsa raffigurazione del proprio futuro, una indolenza neghittosa a reagire che può essere considerata, nell’immobilismo che ne deriva, anche una sorta di complicato cinismo, di non facile decifrazione soprattutto dal punto di vista di certe virtù lombarde come sono un pragmatico razionalismo, l’inclinazione per la verità soppesata, un pessimismo operoso, una certa insofferenza per l’approssimazione e l’irresponsabilità.
Da qui, attraverso Sparvieri, cerco di comprendere e capire un mondo solo in apparenza semplice scrivendo una storia da cui – spero – possa trasparire l’amore che ho per il Molise che è, forse, la vera ragione d’essere del romanzo stesso.



Grazie, Patrizia Morlacchi. I lettori del suo ultimo romanzo sapranno di sicuro apprezzare la sua sensibilità, come donna, e l’abilità tecnica come scrittrice.

mercoledì 26 ottobre 2016

Il declino americano, dopo l'apoteosi

Il nove novembre 1989 crollò il muro di Berlino.
Tredici anni prima, il nove settembre 1976, era spirato Mao Zedong, notissimo dittatore cinese.
Questi due eventi, insieme, hanno causato la morte delle dottrine economiche marxiste e, allo stesso tempo, il sorgere di un equivoco.
Lo sfacelo dell’impero sovietico e la conseguente fine della guerra fredda spinse infatti a credere che al sistema bipolare, caratterizzato dalla pluridecennale contrapposizione dei principali antagonisti, cioè Urss e Usa, ne sarebbe subentrato un altro dove un’unica superpotenza, gli Usa, avrebbe svolto il ruolo di gendarme del mondo.
Tale previsione politico-strategica, così come dimostrato dalle recenti crisi ucraina e siriana, si è rivelata del tutto infondata.
Le ragioni?
Economiche, in prevalenza, e non è male gettarci uno sguardo.

A partire dal 1976, defunto Mao e liquidata in un lampo la banda dei quattro, costituita da ferventi seguaci delle perniciose bizzarrie maoiste, la Cina, sotto la guida di Deng Xiaoping, straordinario e pragmatico riformatore per il quale il colore dei gatti non aveva alcuna importanza – bianchi o neri, l’importante era che acchiappassero i topi – intraprese un luminoso percorso di vigorosa e velocissima crescita economica, fino a diventare quello che è ora. Ossia, la seconda potenza economica del globo.
Ma che cosa, in pratica, Deng Xiaoping fece?
Nulla di straordinario. Buttando alle ortiche le dottrine economiche marxiste, disincagliò il suo paese dalle secche dell’economia pianificata e v’introdusse prassi e istituzioni dell’economia di mercato, inclusa la volgarissima e diabolica proprietà privata. Scusate se è poco.
Tutto ciò, né più né meno, si sarebbe ripetuto anche in Russia una volta crollato il muro di Berlino, sebbene a un ritmo più lento.

E’ difficile immaginare che Deng abbia mai letto gli scritti di Ludwig von Mises e di Friedrich von Hayek, due economisti liberali esponenti di prima grandezza della scuola austriaca. Con ogni probabilità si è limitato a seguire il proprio buonsenso e l’esperienza personale. Va comunque ricordato, tanto per dare a Cesare quel che è di Cesare, che furono Mises e Hayek a spiegare i motivi per cui un’economia pianificata, allorché tutti i mezzi di produzione sono detenuti nelle mani dello stato, non potrà mai produrre più ricchezza di un’economia di mercato.
Saremmo tutti istintivamente propensi a ritenere che l’economia pianificata sta all’economia di mercato come la razionalità sta al caos. Ma in realtà è il contrario. Per quanto i pianificatori possano essere abili e competenti, non disporranno mai delle specifiche conoscenze, né delle intelligenze e dei talenti in possesso a una miriade di operatori l’un l’altro concorrenti, ognuno dei quali decide e agisce autonomamente, tenendo però d’occhio l’andamento dei prezzi e adattandosi di continuo alle mutevoli condizioni per non soccombere.
L’operare in regime di concorrenza ha come effetto generale tanto una più intensa crescita della produttività quanto il moltiplicarsi delle innovazioni, a una cadenza impensabile in un regime pianificato, dove il movente del profitto non trova spazio.
In conclusione, i gatti di mercato acchiappano più topi e producono più ricchezza dei gatti colletivisti.

Il passaggio via via avvenuto dei paesi ex satelliti dell’Urss alla Nato ha rappresentato la prova tangibile dell’apoteosi americana. Ma nel frattempo anche l’economia russa si risollevava dalla stagnazione. Ed è cresciuta al punto che i russi hanno ripreso a pronunciare la parola ‘‘niet’’ senza più timidezza. Anzi, hanno saputo affrontare le crisi ucraina e siriana con una disinvoltura che ha lasciato a bocca aperta gli allocchi d’occidente.
Né appare fruttuoso l’aver imposto le sanzioni alla Russia dopo che, con un referendum plebiscitario, la Crimea si era riunita alla madrepatria. In primo luogo, le sanzioni danneggiano le imprese dell’Europa occidentale. In secondo luogo, caduta la cortina di ferro, nella coscienza di ogni europeo si è radicata la consapevolezza che il vecchio continente inizia a Lisbona e finisce a Vladivostok.
In altre parole, nessun europeo occidentale vuol morire per Kiev, o per Damasco. E se è pur vero, come c’insegna la storia, maestra di morte, non di vita, come erroneamente si ripete, che la follia dei politici al potere è illimitata, la prona sudditanza finora mostrata dai governanti dell’Unione europea alle richieste statunitensi si scontrerà presto o tardi contro la volontà dei loro elettori.

Il sogno americano di diventare il gendarme del mondo si è dunque infranto al cospetto di una Russia e di una Cina che hanno preferito perseguire la ricerca della prosperità anziché la magra povertà garantita dalle dottrine economiche marxiste. Pertanto gli Usa non potranno più primeggiare da soli, ma dovranno cooperare con le altre potenze. Altrimenti, verrà il peggio.





venerdì 31 ottobre 2014

Per i nostri cari

Il due novembre è dedicato ai defunti. E’ per me una festa della nostalgia, il sentimento più tenero e commovente che siamo in grado di provare.
In tale data, a esser sincero, mi tengo alla larga dai cimiteri. Non certo per scaramanzia o per altri inconfessabili timori. Piuttosto per un’innata insofferenza verso un rito che ha tutto il sapore di un dovere sociale. Perché in realtà ho l’abitudine, ogni volta che posso, di visitare e intrattenermi a lungo con miei cari, benché le loro tombe si trovino a duecento chilometri da dove abito.
Non passa inoltre giorno che non pensi a loro. Li ho pertanto sempre con me, vicini. Sì, è così, in verità non sono mai solo. Ricordi e nostalgia animano i nostri continui colloqui.
Mi hanno lasciato, d’accordo, ma non li ho perduti.
E dunque la mia è una lieta nostalgia.



venerdì 24 ottobre 2014

Il barometro segna tempesta

Agli inizi di giugno 2014 la riunione del consiglio direttivo della Banca centrale europea fece esultare i cuori di tutti gli speculatori finanziari del globo. La riduzione del tasso ufficiale di sconto allo 0,15 per cento (abbassato ancora a settembre allo 0,05), decisa proprio in quell’occasione, e l’annuncio di nuovi prestiti a lungo termine alle banche a tassi dello 0,15 per cento, nonché la promessa di un robusto alleggerimento quantitativo (quantitative easing, nel limpido idioma di Al Capone; noi, se volessimo parlare come mangiamo, diremmo ‘‘operazioni di mercato aperto’’) diedero agli speculatori la certezza che nuova abbondante liquidità, buona per giocare in borsa, avrebbe presto inondato i mercati finanziari.
Si dava soprattutto per scontato che la Bce avrebbe anche avviato un programma d’acquisti di titoli pubblici emessi dagli stati dell’unione monetaria. Insomma la prosperità – per gli speculatori, si capisce, non per gli altri – era dietro l’angolo.
Le cose, però, non sono andate così. Con il consiglio direttivo tenuto i primi di ottobre a Napoli è arrivata la doccia fredda. Durante la conferenza stampa seguita alla riunione il tanto atteso acquisto di titoli del debito pubblico non è stato neppure menzionato dal governatore Draghi. Risulta evidentemente impossibile superare l’ostacolo insormontabile rappresentato dalla Germania, che si oppone a una tale misura.
Il panico si è subito diffuso tra gli speculatori e gli indici di borsa sono precipitati, mentre i rendimenti delle obbligazioni pubbliche hanno ripreso a salire.
A gettare altra benzina sul fuoco hanno poi provveduto voci relative a un cambio d’atteggiamento, rispetto all’euro, di Syriza, la formazione politica greca che alle lezioni europee di maggio ha attenuto in quel paese il maggior numero di voti. Se nei suoi programmi non rientrava infatti un’uscita dalla moneta unica, ma solo l’attuazione di politiche economiche anticicliche anziché procicliche come finora imposto dalla Bce, dal Fondo monetario internazionale e dall’Unione europea, sembrerebbe invece che Alexis Tsipras, capo del partito, in colloqui privati con i capi di governo europei e con Mario Draghi, abbia affermato di voler portare la Grecia fuori dall’euro e di ripudiare, almeno in parte, il debito di 240 miliardi contratto con il Fondo monetario e con l’eurozona per il cosiddetto ‘‘salvataggio’’ del suo paese.
Syriza, nei sondaggi, guadagna consensi mese dopo mese e poiché la probabilità di elezioni anticipate in Grecia è piuttosto alta, in quanto la maggioranza attualmente al governo dispone in parlamento di numeri appena sufficienti a tenerla a galla, la notizia sulla nuova posizione espressa da Alexis Tsipras, qualora dovesse rivelarsi esatta, provocherebbe il naufragio dell’euro e la conseguente corsa degli speculatori alle scialuppe. Vale a dire una fuga dai titoli di stato dei paesi in bilico dell’eurozona e l’impennarsi dei loro rendimenti.
Un fatto resta comunque innegabile. Se la Bce rimanda all’infinito l’acquisto di titoli di stato, la moneta unica non sopravvivrà a lungo.
Reggetevi forte, forse ci siamo.



venerdì 17 ottobre 2014

Curve pericolose

La potestà fiscale dello stato è infinita? O esiste invece un limite oggettivo oltre il quale la voracità statale non può spingersi?
All’angoscioso quesito ha risposto Arthur Laffer, un economista americano. I presupposti del suo discorso sono molto semplici. Primo, se le aliquote d’imposta fossero uguali a zero, anche il prelievo sarebbe uguale a zero. Impossibile dargli torto, d’altronde. Lo zero per cento di qualunque grandezza corrisponde a zero, è matematico. Secondo, la stessa cosa succederebbe però anche se le aliquote raggiungessero il cento per cento. Nessuno sarebbe infatti più disposto a lavorare, e dunque a produrre, se l’intero reddito gli venisse prelevato dallo stato.
Se ne deduce che, tra zero e cento, esiste un livello massimo di pressione tributaria oltre il quale il gettito erariale comincia a scendere, fino ad annullarsi quando la pressione tocca il cento per cento del reddito nazionale, che in fin dei conti rappresenta per lo stato la base imponibile.
Tale relazione tra pressione e gettito può essere raffigurata graficamente per mezzo di una curva parabolica, nota appunto come curva di Laffer. Disgraziatamente la forma esatta della parabola, ossia il punto esatto dove le entrate fiscali raggiungono il massimo e poi, all’aumento delle aliquote, cominciano a ridursi, rimane sconosciuto. Quel limite lo si può stabilire a priori solo in via ipotetica, a meno che l’esperienza concreta non ce lo sbatta in faccia, come sta avvenendo oggi.
Non vi è alcun dubbio che l’incentivo a evadere e a eludere le imposte cresce con il crescere del loro numero e delle loro aliquote. In Italia, stando a quanto indicato dalla corte dei conti, l’imponibile sottratto al fisco ammonta ogni anno a circa centottanta miliardi. L’azione di contrasto operata dagli uffici erariali e dalla polizia tributaria può sì recuperare una parte più o meno consistente delle somme evase, ma mai tutte.
Vi è inoltre un altro aspetto da considerare. Taluni contribuenti, anziché mettersi contro la legge, possono decidere di andare a investire e produrre all’estero, dove le tasse sono molto più basse. Tale fenomeno sempre più frequente viene definito delocalizzazione. Le fabbriche chiudono da noi e aprono i battenti altrove.
Risultato? Troppe imposte provocano prima una contrazione del reddito nazionale e poi un calo delle entrate tributarie. E dobbiamo riconoscere con obiettività che la repubblica italiana questo bel capolavoro è riuscita di recente a realizzarlo. A partire dal 2011, a furia d’introdurre nuove imposte e innalzare le aliquote di quelle già esistenti, il reddito nazionale si è contratto, finché non ci si è infilati nella pericolosa curva di Laffer. Non per niente le entrate tributarie dei primi otto mesi del 2014 sono diminuite dello 0,4% rispetto a quelle incassate nello stesso periodo dell’anno precedente.
I grandi statisti che ci governano hanno così dimostrato d’essere sordi agli insegnamenti di un celebre imperatore romano, da tutti conosciuto con il vezzeggiativo di Caligola, le cui raffinate concezioni di scienza delle finanze le riassumeva in poche parole:
«Il popolo è una pecora. Lo puoi tosare ogni anno ma scuoiare una volta sola. Il mio gregge preferisco tosarlo, non scuoiarlo».



venerdì 10 ottobre 2014

L'ineffabile monsieur Hollande

Gli effetti delle elezioni europee di fine maggio 2014 cominciano finalmente a farsi sentire in maniera fragorosa, traducendosi in atti politici concreti.
Come si ricorderà, in quella tornata elettorale il risultato eclatante si registrò in Francia, dove il Front National, formazione nel cui programma figura al primo posto il riacquisto della sovranità monetaria per liberare il paese dal giogo tedesco che ne danneggia l’economia, ottenne il 25% dei suffragi.
Appena terminato lo spoglio, l’ineffabile monsieur Hollande, président de la république française, il cui partito socialista era sceso a un misero 14%, dichiarò che era giunta l’ora, per l’Unione europea, di puntare alla crescita e all’occupazione, anziché al puro e semplice restringimento dei deficit pubblici, come preteso dai tedeschi. Si manifestò in tal modo la prima crepa nell’asse Parigi Berlino. Infatti i governanti francesi avevano fino a quel giorno assecondato, da fidi valletti, tutti i capricci della graziosa kanzlerin Angelina Merkel, consentendole di sottomettere con facilità, a partire dal 2010, l’eurozona al Reich germanico.
Da fine maggio l’ineffabile monsieur Hollande ha più volte ribadito la necessità di sostenere in Europa la crescita economica, senza comunque insistere troppo e, men che mai, agire di conseguenza, come se temesse d’irritare la graziosa kanzlerin, la quale dal canto suo ha mostrato di non prestare il benché minimo ascolto a monsieur le président.
Il 23 agosto a Parigi è però scoppiata una vera bomba.
In un’intervista rilasciata al quotidiano ‘‘Le Monde’’, il ministro dell’economia Arnaud Montebourg si scagliava contro l’austerità di marca teutonica, definendola «un’aberrazione economica in quanto aggrava la disoccupazione, un’assurdità finanziaria poiché rende impossibile il risanamento dei conti pubblici e un flagello politico in quanto getta gli europei nelle braccia dei partiti estremisti che vogliono distruggere l’Europa».
Impossibile dargli torto, in effetti. Ciò malgrado il primo ministro Manuel Valls, poco desideroso di creare attriti con i tedeschi, presentò subito le dimissioni, ricevendo immediatamente dall’ineffabile monsieur Hollande l’incarico di formare un nuovo governo. Cosa che avvenne il 27 dello stesso mese e consisté in un rimpasto nel quale Montebourg e altri due o tre che condividevano le stesse idee vennero sostituiti con persone meno sanguigne.
Ma un’altra bomba sarebbe scoppiata, sempre a Parigi, i primi di settembre. Il governo Valls bis ottenne sì la fiducia dell’assemblea nazionale, all’appello mancarono tuttavia una quarantina di voti ottenuti a suo tempo dal Valls uno. Segno che i dissidenti à la Montebourg si stavano moltiplicando anche tra i deputati della gauche, e non solo tra l’elettorato che simpatizza sempre più per il Front National guidato da Marine Le Pen.
Da tale circostanza l’ineffabile monsieur Hollande ha saputo trarre le inevitabili, nonché lapalissiane, conclusioni. E’ ben consapevole che alla scadenza del mandato le sue probabilità di essere rieletto président de la république française equivalgono a zero. A parte ciò, presiedere fino al 2017 un governo con l’appoggio di una maggioranza risicata nell’assemblea nazionale (ricordo che in Francia il presidente della repubblica presiede il consiglio dei ministri) è una seccatura da evitare come la peste. Gli è stato perciò giocoforza adeguarsi ai tempi.
Essere, o non essere, contro la graziosa kanzlerin?
Meglio essere, a questo punto, è stata la risposta.
Ciò spiega perché il primo ottobre il ministro delle finanze Michel Sapin, nel presentare la legge di bilancio per il 2015, ha detto chiaro e tondo che la Francia non rispetterà né il patto di stabilità né il patto di bilancio (fiscal compact), rinviando in pratica a data da destinarsi gli aggiustamenti imposti e concordati con la commissione europea.
«Nessun ulteriore sforzo sarà richiesto alla Francia», recita il comunicato che accompagna la legge di bilancio illustrata da Sapin, «perché il governo – assumendosi la responsabilità di bilancio di rimettere sulla giusta strada il paese – respinge l’austerità».
In parole povere, l’asse Parigi Berlino si è spezzato.
E’ una splendida notizia, giacché presto o tardi anche le altre nazioni tartassate dell’eurozona imiteranno l’esempio francese e cominceranno ad attuare politiche economiche anticicliche, alleviando le sofferenze recate ai propri popoli per obbedire agli ordini distruttivi diramati da Berlino. Nella migliore delle ipotesi, non va nemmeno esclusa l’eventualità che la moneta unica si spappoli.
Europei sì, ma fessi no. Dico bene? E se del resto i francesi possono permettersi certi lussi, perché noi non dovremmo?
Non ci resta quindi che esprimere tutta la nostra gratitudine all’ineffabile monsieur Hollande. Nel suo piccolo, è un grande. Ci ha dato, magari non volendo, il buon esempio.
Merci, monsieur le président.