mercoledì 5 dicembre 2012

Ah, che repubblica!


Quand’ero bambino e andavo alle elementari il maestro ci diceva: ‘‘Noi abbiamo la migliore costituzione del mondo’’.
Un assioma che ho condiviso con sincero fervore finché non andai all’università e studiai diritto costituzionale italiano e comparato.
Per me fu uno choc.
Il professore di diritto costituzionale era un intellettuale marxista e i testi sui quali dovevamo preparare l’esame erano il manuale e la costituzione della decaduta Urss.
Lo choc mi fu provocato dal confronto della costituzione sovietica con quella della repubblica italiana.
Quello sovietico era un sistema totalitario, ossia illiberale e non democratico. La sovranità, in buona sostanza, apparteneva al partito unico. O, se vogliamo esprimerci in termini un pochino più formali, ai lavoratori iscritti al partito. Lo stato, così come configurato dalla costituzione sovietica, altro non era che uno strumento in mano al partito per rendere concreta la realizzazione del socialismo.
In poche parole, nella costituzione sovietica – una costituzione, ripeto, propria di un sistema illiberale e non democratico – mancava del tutto il principio della superiorità etica dello stato. L’eticità era insita nella dottrina marxista, non nei principi costituzionali che sancivano struttura e funzionamento dello stato.
La nostra carta costituzionale – quella che alle elementari il mio maestro definiva ‘‘la migliore del mondo’’ – al secondo comma dell’artico quattro tuona invece in maniera perentoria: ‘‘Io, lo stato, indico a te cittadino quali sono i tuoi doveri morali e ti ordino di rispettarli’’.
Ossia, la nostra legge fondamentale si basa sul principio della superiorità etica dello stato, eredità culturale del precedente regime fascista.
Gli effetti sono paradossali. Abbiamo sì una repubblica democratica, dove si conquista il potere di governo, per una durata limitata, attraverso la competizione elettorale, e si garantiscono ai cittadini le libertà civili (libertà di voto, libertà d’espressione, libertà di manifestazione, libertà di fondare movimenti politici, ecc.), tuttavia non liberale.
Vale a dire che è lo stato che crea e forgia il cittadino, non sono i cittadini che creano e forgiano lo stato.
Non dobbiamo pertanto stupirci – o per lo meno non si stupiranno quanti di noi hanno viaggiato e vissuto all’estero – se il funzionamento della macchina statale in Gran Bretagna, Danimarca, Germania, Svizzera, Francia, Olanda, Austria e così via, sia di gran lunga più efficiente che non in Italia.
Uno stato non liberale è uno strumento di potere, non una struttura di servizio. La nostra repubblica, grazie alla carta costituzionale, rappresenta per i gerarchi di partito, di qualunque partito, una vera benedizione. Per i cittadini è invece qualcosa che costa molto e dà in cambio troppo poco.
Siamo infatti celebri nel mondo per la scadente qualità dell’azione dei pubblici poteri: carceri che scoppiano, lunghezza inusitata dei processi, aggressività perpetua della criminalità organizzata, città bellissime e sporche.
Come se ne esce?
Con un vigoroso sussulto dell’opinione pubblica, con una rafforzata sensibilità del corpo elettorale, cioè del popolo sovrano, che ha il pieno diritto di chiedere a gran voce le necessarie riforme costituzionali che trasformino la repubblica italiana in una democrazia liberale.



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