venerdì 17 ottobre 2014

Curve pericolose

La potestà fiscale dello stato è infinita? O esiste invece un limite oggettivo oltre il quale la voracità statale non può spingersi?
All’angoscioso quesito ha risposto Arthur Laffer, un economista americano. I presupposti del suo discorso sono molto semplici. Primo, se le aliquote d’imposta fossero uguali a zero, anche il prelievo sarebbe uguale a zero. Impossibile dargli torto, d’altronde. Lo zero per cento di qualunque grandezza corrisponde a zero, è matematico. Secondo, la stessa cosa succederebbe però anche se le aliquote raggiungessero il cento per cento. Nessuno sarebbe infatti più disposto a lavorare, e dunque a produrre, se l’intero reddito gli venisse prelevato dallo stato.
Se ne deduce che, tra zero e cento, esiste un livello massimo di pressione tributaria oltre il quale il gettito erariale comincia a scendere, fino ad annullarsi quando la pressione tocca il cento per cento del reddito nazionale, che in fin dei conti rappresenta per lo stato la base imponibile.
Tale relazione tra pressione e gettito può essere raffigurata graficamente per mezzo di una curva parabolica, nota appunto come curva di Laffer. Disgraziatamente la forma esatta della parabola, ossia il punto esatto dove le entrate fiscali raggiungono il massimo e poi, all’aumento delle aliquote, cominciano a ridursi, rimane sconosciuto. Quel limite lo si può stabilire a priori solo in via ipotetica, a meno che l’esperienza concreta non ce lo sbatta in faccia, come sta avvenendo oggi.
Non vi è alcun dubbio che l’incentivo a evadere e a eludere le imposte cresce con il crescere del loro numero e delle loro aliquote. In Italia, stando a quanto indicato dalla corte dei conti, l’imponibile sottratto al fisco ammonta ogni anno a circa centottanta miliardi. L’azione di contrasto operata dagli uffici erariali e dalla polizia tributaria può sì recuperare una parte più o meno consistente delle somme evase, ma mai tutte.
Vi è inoltre un altro aspetto da considerare. Taluni contribuenti, anziché mettersi contro la legge, possono decidere di andare a investire e produrre all’estero, dove le tasse sono molto più basse. Tale fenomeno sempre più frequente viene definito delocalizzazione. Le fabbriche chiudono da noi e aprono i battenti altrove.
Risultato? Troppe imposte provocano prima una contrazione del reddito nazionale e poi un calo delle entrate tributarie. E dobbiamo riconoscere con obiettività che la repubblica italiana questo bel capolavoro è riuscita di recente a realizzarlo. A partire dal 2011, a furia d’introdurre nuove imposte e innalzare le aliquote di quelle già esistenti, il reddito nazionale si è contratto, finché non ci si è infilati nella pericolosa curva di Laffer. Non per niente le entrate tributarie dei primi otto mesi del 2014 sono diminuite dello 0,4% rispetto a quelle incassate nello stesso periodo dell’anno precedente.
I grandi statisti che ci governano hanno così dimostrato d’essere sordi agli insegnamenti di un celebre imperatore romano, da tutti conosciuto con il vezzeggiativo di Caligola, le cui raffinate concezioni di scienza delle finanze le riassumeva in poche parole:
«Il popolo è una pecora. Lo puoi tosare ogni anno ma scuoiare una volta sola. Il mio gregge preferisco tosarlo, non scuoiarlo».



venerdì 10 ottobre 2014

L'ineffabile monsieur Hollande

Gli effetti delle elezioni europee di fine maggio 2014 cominciano finalmente a farsi sentire in maniera fragorosa, traducendosi in atti politici concreti.
Come si ricorderà, in quella tornata elettorale il risultato eclatante si registrò in Francia, dove il Front National, formazione nel cui programma figura al primo posto il riacquisto della sovranità monetaria per liberare il paese dal giogo tedesco che ne danneggia l’economia, ottenne il 25% dei suffragi.
Appena terminato lo spoglio, l’ineffabile monsieur Hollande, président de la république française, il cui partito socialista era sceso a un misero 14%, dichiarò che era giunta l’ora, per l’Unione europea, di puntare alla crescita e all’occupazione, anziché al puro e semplice restringimento dei deficit pubblici, come preteso dai tedeschi. Si manifestò in tal modo la prima crepa nell’asse Parigi Berlino. Infatti i governanti francesi avevano fino a quel giorno assecondato, da fidi valletti, tutti i capricci della graziosa kanzlerin Angelina Merkel, consentendole di sottomettere con facilità, a partire dal 2010, l’eurozona al Reich germanico.
Da fine maggio l’ineffabile monsieur Hollande ha più volte ribadito la necessità di sostenere in Europa la crescita economica, senza comunque insistere troppo e, men che mai, agire di conseguenza, come se temesse d’irritare la graziosa kanzlerin, la quale dal canto suo ha mostrato di non prestare il benché minimo ascolto a monsieur le président.
Il 23 agosto a Parigi è però scoppiata una vera bomba.
In un’intervista rilasciata al quotidiano ‘‘Le Monde’’, il ministro dell’economia Arnaud Montebourg si scagliava contro l’austerità di marca teutonica, definendola «un’aberrazione economica in quanto aggrava la disoccupazione, un’assurdità finanziaria poiché rende impossibile il risanamento dei conti pubblici e un flagello politico in quanto getta gli europei nelle braccia dei partiti estremisti che vogliono distruggere l’Europa».
Impossibile dargli torto, in effetti. Ciò malgrado il primo ministro Manuel Valls, poco desideroso di creare attriti con i tedeschi, presentò subito le dimissioni, ricevendo immediatamente dall’ineffabile monsieur Hollande l’incarico di formare un nuovo governo. Cosa che avvenne il 27 dello stesso mese e consisté in un rimpasto nel quale Montebourg e altri due o tre che condividevano le stesse idee vennero sostituiti con persone meno sanguigne.
Ma un’altra bomba sarebbe scoppiata, sempre a Parigi, i primi di settembre. Il governo Valls bis ottenne sì la fiducia dell’assemblea nazionale, all’appello mancarono tuttavia una quarantina di voti ottenuti a suo tempo dal Valls uno. Segno che i dissidenti à la Montebourg si stavano moltiplicando anche tra i deputati della gauche, e non solo tra l’elettorato che simpatizza sempre più per il Front National guidato da Marine Le Pen.
Da tale circostanza l’ineffabile monsieur Hollande ha saputo trarre le inevitabili, nonché lapalissiane, conclusioni. E’ ben consapevole che alla scadenza del mandato le sue probabilità di essere rieletto président de la république française equivalgono a zero. A parte ciò, presiedere fino al 2017 un governo con l’appoggio di una maggioranza risicata nell’assemblea nazionale (ricordo che in Francia il presidente della repubblica presiede il consiglio dei ministri) è una seccatura da evitare come la peste. Gli è stato perciò giocoforza adeguarsi ai tempi.
Essere, o non essere, contro la graziosa kanzlerin?
Meglio essere, a questo punto, è stata la risposta.
Ciò spiega perché il primo ottobre il ministro delle finanze Michel Sapin, nel presentare la legge di bilancio per il 2015, ha detto chiaro e tondo che la Francia non rispetterà né il patto di stabilità né il patto di bilancio (fiscal compact), rinviando in pratica a data da destinarsi gli aggiustamenti imposti e concordati con la commissione europea.
«Nessun ulteriore sforzo sarà richiesto alla Francia», recita il comunicato che accompagna la legge di bilancio illustrata da Sapin, «perché il governo – assumendosi la responsabilità di bilancio di rimettere sulla giusta strada il paese – respinge l’austerità».
In parole povere, l’asse Parigi Berlino si è spezzato.
E’ una splendida notizia, giacché presto o tardi anche le altre nazioni tartassate dell’eurozona imiteranno l’esempio francese e cominceranno ad attuare politiche economiche anticicliche, alleviando le sofferenze recate ai propri popoli per obbedire agli ordini distruttivi diramati da Berlino. Nella migliore delle ipotesi, non va nemmeno esclusa l’eventualità che la moneta unica si spappoli.
Europei sì, ma fessi no. Dico bene? E se del resto i francesi possono permettersi certi lussi, perché noi non dovremmo?
Non ci resta quindi che esprimere tutta la nostra gratitudine all’ineffabile monsieur Hollande. Nel suo piccolo, è un grande. Ci ha dato, magari non volendo, il buon esempio.
Merci, monsieur le président.



venerdì 3 ottobre 2014

Una lucina in fondo al tunnel

Le prospettive economiche rimangono fosche. Il prodotto interno lordo continua a deprimersi e di conseguenza la disoccupazione non cala. La riduzione d’imposta di ottanta euro sui redditi dei lavoratori dipendenti e l’irap tagliata del dieci per cento alle imprese non ha sortito gli effetti desiderati dall’ex sindaco Renzi, attuale presidente del consiglio dei ministri. Consumi e investimenti non hanno affatto invertito la rotta discendente.
D’altronde, dalle misure adottate dal governo non potevamo aspettarci nulla di diverso. Per provocare un’intensa e rapida inversione del ciclo economico tramite l’abbassamento delle imposte, la pressione fiscale dovrebbe scendere in misura davvero significativa. Almeno del dieci per cento, a voler esser precisi. Ma una tale scelta di politica economica ci è preclusa dal patto di bilancio (fiscal compact, come dicono i poliglotti, benché l’anglofono Regno Unito si sia ben guardato dall’aderirvi), in base al quale bisogna puntare, vivi o morti, al pareggio di bilancio e a ridurre il debito pubblico.
Poiché, in mancanza di meglio, abbiamo l’euro, e poiché oggi come oggi nessun governante dei paesi aderenti alla moneta unica ritiene ragionevole riacquistare la sovranità monetaria, in quanto gli interessi sui titoli di stato sono scesi a livelli infimi e se tornassimo alle monete nazionali i governi perderebbero questo paradossale vantaggio, non ci rimane che sperare. Si tratta, fra altro, di una speranza dal valore ben determinato, pari a trecento miliardi di euro.
La cifra non l’ha sparata un pinco pallino qualsiasi. E’ uscita dalla mente di Jean-Claude Juncker, presidente della nuova commissione europea, vale a dire l’esecutivo dell’Unione europea. Tale somma, prelevata dal Meccanismo europeo di stabilità, fondo salva stati istituito nel 2011 e operativo dal 2012 in sostituzione del precedente Fondo europeo di stabilità finanziaria, dovrebbe sovvenzionare gli investimenti pubblici nei paesi in crisi dell’eurozona e avviare così un processo di crescita economica.
La proposta, ammettiamolo senza remore, non ha nulla di scandaloso. Sarebbe anzi quanto di più sensato si possa immaginare per contrastare la dura crisi che ci attanaglia. Magari non sarà una panacea, dato che l’importo andrebbe diluito tra più paesi e forse non sarà sufficiente a invertire il ciclo a ritmo sostenuto. Ma rappresenterebbe comunque un mutamento di rilievo alle distruttive politiche economiche finora adottate nell’eurozona.
Si pone però un problema. La Germania darà il suo assenso? Dal 2010 a oggi i tedeschi hanno fatto il possibile e l’impossibile per danneggiare le economie degli altri stati aderenti all’unione monetaria. Una strategia, la loro, che ha incrementato gli attivi della propria bilancia commerciale e ha visto scendere come non mai i propri tassi di disoccupazione. Se ‘‘mors tua vita mea’’ è stata la loro filosofia di successo, poiché ogni danno che infliggi ai tuoi concorrenti rappresenta per te un vantaggio, qualche dubbio che siano di punto in bianco disposti a cambiarla appare più che lecito.
Sapremo la risposta tra alcune settimane, quando la nuova commissione si sarà insediata. Nel frattempo non ci rimane che sperare. E’ pur sempre una speranza grande trecento miliardi.



venerdì 26 settembre 2014

La morte in sogno

Notti fa ho sognato mio padre. Lo sogno spesso, devo dire, e ogni volta al risveglio mi sento felice. E’ venuto a mancare da un quarto di secolo, ormai, ma gli sono sempre vicino e non passa giorno che non penso a lui.
Ma il sogno di alcune notti fa è stato diverso da tutti gli altri.
Era sera, imbruniva, e mi trovavo nel piazzale dell’azienda appartenuta un tempo alla mia famiglia. Aspettavo che mio padre uscisse dallo stabilimento per tornare insieme a casa. Mi si avvicinò mia madre, anche lei in attesa nel piazzale, e disse:
«Ma perché tuo padre tarda tanto? Vallo a chiamare».
Mi avviai verso la porta degli uffici e, proprio allora, ne uscì un uomo. Era corpulento, biondastro, tra i cinquantacinque e i sessant’anni e teneva in testa un berretto di lana di colore avana. Non lo conoscevo. Sembrava agitato, sconvolto.
«L’ho ucciso», disse. «L’ho ucciso, però non l’ho fatto apposta. Io non volevo, proprio non volevo».
Accanto a me un giovane bruno, forse un nostro dipendente, disse:
«Sarebbe il caso di andare a controllare».
Entrammo e salimmo le scale fino al primo piano.
«Vado a vedere di qua», disse il giovane e s’incamminò a sinistra lungo il corridoio.
Invece io aprii la prima porta, che si trovava proprio davanti a me, in cima alla rampa. Superata la soglia gettai un’occhiata a sinistra e non scorsi nulla. Guardai a destra e ai piedi della parete in fondo, con il fianco poggiato sul pavimento e la schiena contro il muro, giaceva mio padre. Era stato ucciso.

Il sogno mi ha molto colpito, è ovvio, senza però provocarmi alcuna angoscia. Non so interpretare i sogni e nemmeno ci provo mai. In questo caso, chissà perché, mi si è formata la convinzione d’aver compiuto – nella realtà, mica nel sogno – qualcosa che a mio padre non sarebbe piaciuta.
Quel giorno, in effetti, attraverso salaci messaggi di posta elettronica avevo un po’ preso in giro un mio editore. Il tizio mi ha pubblicato un libro stampandolo con un micragnoso corpo 11, ossia a caratteri microscopici, e lo ha messo in vendita a un prezzo esagerato. Volumetti del genere potrebbero sì e no vendersi in edicola a pochi soldi e non all’esoso prezzo di copertina da lui stabilito. Giudico la sua una totale mancanza di riguardo nei confronti dei lettori, oltre che una scelta tutt’altro che scaltra sul piano commerciale. Morale della favola, non perdo mai l’occasione di punzecchiarlo come meglio posso.
Be’, mio padre non avrebbe affatto apprezzato il mio spiritello vendicativo e, in vita, mi avrebbe rimproverato in tono deciso. Ecco perché da quel sogno, se a ragione o meno non importa, ho colto un suo rimprovero.
Comunque, ieri notte l’ho sognato di nuovo. Si chiacchierava amabilmente di cose allegre.



venerdì 19 settembre 2014

L'editore americano

Il primo aprile ricevetti una mail da una casa editrice americana, l’America Star Books, che si dichiarava disposta a tradurre e pubblicare i miei libri negli Stati Uniti.
Pensai subito al famigerato pesce, vista la coincidenza con il giorno appositamente dedicatogli. Provai a domandare ad alcuni colleghi se avessero pure loro ricevuto una simile missiva. Mi risposero di no, ma uno non mancò di ricordarmi che era il primo d’aprile.
Appunto.
Ciò malgrado la curiosità è femmina. E benché io non lo sia – femmina, intendo – non posso però sostenere di non essere curioso. (Eh, sì, diciamo la verità, certe frasi fatte sono proprio malfatte). Insomma, senza troppi giri di parole, cercai di scoprire se l’America Star Books esisteva o meno.
Esisteva.
O meglio, esiste.
A quel punto chiesi loro di mostrarmi un contratto tipo. Non si fecero pregare due volte e me lo spedirono a tambur battente. La cessione dei diritti avrebbe avuto la durata di tre anni. Il mio compenso sarebbe stato calcolato in percentuale al prezzo di vendita (sales price) del libro, che non penso corrisponda però a quello che noi chiamiamo prezzo di copertina (retail price). Qualora non avessero tradotto e pubblicato il libro entro un anno, il contratto andava considerato rescisso.
Mi parvero proposte accettabili e gli cedetti così i diritti per due miei libri, ‘‘Commedia all’italiana’’ e ‘‘Un buon sapore di morte’’, pubblicati in Italia in versione elettronica da Giuseppe Meligrana, il quale aveva comunque lasciato a me i diritti di traduzione.
Il diciotto agosto America Star Books m’inviò la copertina del primo libro tradotto, ‘‘Italian comedy’’, e le bozze. Per correggerle ci misi quasi una settimana. E devo riconoscere che il libro, nel limpido idioma di Al Capone, non ha perso nulla delle caratteristiche che lo caratterizzano nell’originale. Cattura e si fa leggere d’un fiato in entrambe le lingue. Segno che la traduzione è stata fatta come Dio comanda.
Questo piccolo episodio qualche soddisfazione me l’ha data, certo, ma non credo comunque d’avere adesso il diritto di vantarmi d’alcunché. Solo se i miei libri verranno venduti in America in quantità degne di nota mi sarà consentito provare un ragionevole orgoglio. Un autore è condannato al successo. Se non ha successo deve solo abbassare la cresta.
E’ la legge del mercato letterario, bellezza, che è uno dei più terribili mercati esistenti al mondo.
Vedremo cosa succederà.



venerdì 12 settembre 2014

L'appetito vien mangiando

Dopo il rientro dalle ferie i dipendenti pubblici vorrebbero, tramite il rinnovo dei loro contratti di lavoro attualmente bloccati, un aumento dello stipendio. E’ chiaro che la riduzione d’imposta di ottanta euro al mese, appena elargita anche a loro dal governo, non gli basta. Pretendono di più.
L’appetito, come c’insegnano i nutrizionisti, vien mangiando.
Hanno le loro richieste una pur minima possibilità d’essere accolte?
La risposta è no. Il massimo che il presidente in carica del consiglio dei ministri, l’ex sindaco Renzi, concederà loro saranno promesse, in quanto le chiacchiere non costano niente, e qualche striminzito contentino più simbolico che concreto.
Le ragioni sono ovvie.
Un aumento della spesa corrente necessaria per pagare aumenti salariali ai dipendenti pubblici dovrebbe essere coperta da un corrispondente aumento della pressione fiscale. Non ci è possibile infatti sforare i limiti di bilancio del tre per cento imposti dal patto europeo di stabilità, né potremmo sottrarci al rientro concordato del deficit pubblico per raggiungere il pareggio tra entrate e uscite previsto dal cosiddetto patto di bilancio (fiscal compact, per chi parla come Al Capone). Poiché la pressione fiscale, che include fisco e parafisco, è pari ora al cinquantacinque per cento del reddito nazionale, un ulteriore aumento determinerebbe una compressione dell’economia, con inevitabile crescita del numero di disoccupati, e dunque degli introiti erariali.
Se per ipotesi il governo italiano provasse a trasgredire i trattati internazionali sottoscritti per far parte dell’unione monetaria (patto di stabilità e patto di bilancio), saremmo poi costretti, per non essere cacciati fuori dall’euro, ad accettare una specie di commissariamento da parte dell’Unione europea. In altri termini, a Roma verrebbe la troika a comandare.
«E allora usciamo dall’euro!», potrebbero a questo punto sostenere in tanti.
Potrebbe essere una soluzione, se effettuata in maniera appropriata, ma nel momento attuale nessun governo la attuerà mai. Con interessi sui titoli del debito pubblico così bassi come adesso, tanto da sembrare ridicoli, uscire dalla moneta unica viene considerata, dai capi di governo, una pazzia.
In conclusione, leviamoci dalla testa di poter godere di un po’ di respiro. Immensi oceani di lacrime ancora ci aspettano.



venerdì 5 settembre 2014

Fisco, spesa pubblica ed equità

Tra gli obiettivi assegnati ormai da lungo tempo allo stato rientra pure il perseguimento di una più equa redistribuzione del reddito e della ricchezza. Fissando e realizzando un tale compito si dà, in buona sostanza, pratica attuazione al concetto di stato sociale. Di pertinenza dei pubblici poteri non sono dunque solo difesa, ordine pubblico, politica estera, giustizia e moneta, ma anche equità e protezione sociale.
Gli strumenti utilizzabili per raggiungere lo scopo sono due. Da un lato la leva fiscale e dall’altro la spesa pubblica.
Un fisco equo deve conformarsi a criteri di progressività, come non a caso stabilisce il secondo comma dell’articolo 53 della costituzione italiana. Coloro che possiedono e guadagnano di più devono contribuire ai fabbisogni finanziari dello stato in misura più che proporzionale al crescere delle loro sostanze. E’ un assunto apprezzabile che presenta però dei limiti. Con le imposte indirette, com’è ovvio, il criterio non può essere attuato in pieno. Alle imposte sui redditi e a quelle patrimoniali possono invece essere facilmente applicate aliquote via via crescenti. L’esperienza storica ha tuttavia mostrato che imposte eccessivamente progressive riducono lo stimolo a investire e provocano così effetti sociali opposti a quelli desiderati. Una ridotta propensione agli investimenti in capitale fisso causa infatti, a lungo andare, un aumento della disoccupazione. Tirando le somme, una tassazione dei profitti e dei patrimoni troppo pesante si rivela perciò un pessimo affare.
Mezzi ben più efficaci per perequare la ricchezza scaturiscono dalla spesa pubblica. Sussidi di disoccupazione, pensioni, assistenza sanitaria offrono a tal proposito risultati immediatamente evidenti. Cosi come la politica del pubblico impiego consente a tanti di riscuotere un reddito sicuro che dal mercato forse non avrebbero potuto avere, mentre l’istruzione in scuole statali gratuite o poco costose permette a tutti, almeno in astratto, di migliorare la produttività. Le superiori condizioni di vita raggiunte negli ultimi decenni da ampie fasce di popolazione si devono, e non poco, alla spesa pubblica.
Gli inconvenienti, comunque, non mancano. La creazione di enti pubblici inutili, l’elargizioni di privilegi a questa o a quella categoria, per esempio stipendi e pensioni d’oro, producono effetti perversi e, in concreto, antisociali. Il medesimo discorso vale pure quando i servizi resi dallo stato sono di pessima qualità. In Italia è divenuta proverbiale l’inefficienza del sistema giudiziario, inefficienza dalle conseguenze nefaste, perché riduce lo spirito di legalità.
Lo spreco e l’uso inefficiente di risorse pubbliche c’impoverisce, non ci arricchisce. E correggere le distorsioni, purtroppo, risulta tutt’altro che semplice. Le incrostazioni sono dure da scalfire.
Esistono soluzioni?
In teoria sì. In pratica chissà.