venerdì 20 giugno 2014

Che il furto sia con voi, brava gente

Stando a rencenti e ripetute notizie di cronaca nera, concussione e corruzione restano i reati preferiti di burocrati e politicanti. Non c’è niente da fare, a lor signori i soldi facili piacciono, piacciono da impazzire. E così le opere pubbliche, quelle che vengono definite forse con involontaria imprecisione ‘‘opere di pubblica utilità’’, non di rado ingrassano i lazzaroni a danno dei contribuenti.
Non ho comunque alcuna intenzione di discutere il problema secondo l’ottica dei moralisti intransigenti. Per ergermi a puritano non basta la mia fedina penale immacolata. Inoltre, non essendo un dipendente pubblico né un politicante – ossia non avendo la concreta possibilità di subire il richiamo dei soldi facili – il mio potrebbe sembrare il tipico moralismo dell’invidioso.
E’ un fatto storicamente determinato che le opere pubbliche sono quasi sempre connesse alla concussione e alla corruzione. Ci piaccia o no ma è così. Noi italiani, poi, un ventennio or sono venimmo addirittura a sapere che i lavori pubblici erano diventati l’abituale mezzo di finanziamento dei partiti politici. In altre parole, coloro che detenevano le leve del potere, cioè i rappresentanti del popolo sovrano, avevano trasformato la repubblica in una furtocrazia.
Roba da andarne fieri, eh?
Quei partiti adesso non esistono più e, a quanto sembra, i nuovi di norma non ricorrono al furto per finanziarsi. La bustarella continua tuttavia a oliare i meccanismi burocratici. Però i ladri rubano per sé, non per il partito. Il lupo, verrebbe da dire, ha perso il pelo ma non il vizio.
Esiste una soluzione?
Be’, tutto dipende da cosa intendiamo per ‘‘soluzione’’. Tra corrotto e corruttore, come anche tra concusso e concussore, s’instaura un sodalizio granitico, basato sul reciproco vantaggio. Il concusso denuncerà il concussore solo se le pretese di quest’ultimo gli appariranno eccessive, e il corrotto si opporrà al corruttore solo se l’ammontare della bustarella non sarà di suo gradimento. Come sosteneva Totò, basta una congrua, anche cospicua offerta e tutto si sistema. E che le offerte possano essere cospicue, trattandosi alla fin fine di quattrini provenienti dalle tasche di è costretto a pagare le tasse, non vi è dubbio. Non esiste perciò speranza alcuna che un bel giorno politicanti e burocrati smettano di sentirsi attratti dal fascino irresistibile emanato dai soldi facili. C’est la vie, dicono a Parigi.
Il discorso cambia se chi viene pizzicato avrà parecchio da perdere. Posto che ai delinquenti abituali le condanne penali fanno un baffo, si rende necessario applicare sanzioni molto più educative. E cioè, il dipendente pubblico che abbia concusso qualcuno o si sia lasciato corrompere da qualcuno deve essere licenziato in tronco, mentre il politicante dovrà essere espulso a vita dall’elettorato passivo, negandogli il diritto di presentarsi a qualunque elezione. Entrambi, si capisce, dovranno restituire il frutto dell’illecito.
La galera, in tal caso, gliela potremmo anche condonare. Ci risparmieremmo almeno di pagargli vitto e alloggio.



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